Clinica - Centro Studi per una teoria critica della psicanalisi: Il disagio della civiltà. Psicanalisi e disagio.it

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Riteniamo che le varie forme attuali di disagio quali: depressione, attacchi di panico, anoressia-bulimia non possano essere adeguatamente approcciate se non si continua a problematizzare le questioni messe in gioco dalla psicanalisi quali rimozione,inconscio, difesa, senso di colpa inconscio.


Melanconia e depressione

Lambotte, nel saggio intitolato Il discorso melanconico, si propone di intraprendere una ricerca sulla melanconia senza pregiudizi concettuali, sulla base della pratica clinica e, secondo il suggerimento di Freud, sulla base di alcuni sfuggenti e nebulosi principi di fondo di cui quasi non si riesce a farsi un concetto, sperando che essi si chiariscano strada facendo e ripromettendosi di sostituirli eventualmente con altri. Tre temi emergono come cruciali: l’inibizione, la problematica speculare e il negativismo.

L’inibizione melanconica

Più che al significato, il soggetto melanconico resta sensibile alla sonorità delle parole ormai svuotate del loro contenuto e reclutate in uno scenario catastrofico scritto da sempre. Non pensare più o pensare troppo sono una medesima cosa; il tempo è sospeso e le cose della vita quotidiana si ripetono identiche.

Gli effetti di una verità troppo precoce

Il soggetto melanconico non è mai caduto nell’illusione egoica, illusione che in parte costituisce il legame sociale. Se durante il lavoro della cura analitica si incrina la certezza dei riferimenti identificatori, è perché in un tempo prespeculare non hanno potuto assicurare al soggetto melanconico la convinzione, ingannevole e tuttavia vitale, dell’identità. A mo’ d’ identità posticcia, il soggetto fa portare agli altri l’impossibile effigie del modello ideale a cui si riferisce; e l’inevitabile fallimento o tradimento che ne risulta prolunga l’effetto della catastrofe originale che incessantemente evoca tramite il Destino, da cui dipende interamente. Destinato al fallimento del desiderio, prima ancora che questo lo diriga verso un oggetto esterno, il melanconico afferma la castrazione in maniera assoluta e rifiuta, nella sua stessa essenza, la natura imperfetta di ogni investimento.

La catastrofe narcisistica

Il passaggio all’atto suicidario precipita il ritorno della catastrofe postulata come fondamento dell’organizzazione difensiva del soggetto melanconico. L’ipotesi lacaniana del <<suicidio dell’oggetto>> nella problematica melanconica rafforza la spiegazione mediante l’identificazione con un <<resto>>, con ciò che resta dopo che l’altro è scomparso, proprio mentre introduceva il soggetto nel campo del desiderio. L’<<io non sono niente>> del melanconico esprimerebbe dunque questo processo di assimilazione al resto; e il soggetto melanconico sarebbe destinato alla indefinita reiterazione dello stesso trauma, sotto forma di un negativismo che, paradossalmente, afferma l’ineluttabile della castrazione.

Ma per Aldo Rescio è consentito parlare in modo adeguato di castrazione solo se non viene rimosso che l’uomo stesso è originariamente barrato, sempre messo in questione, chiamato in causa non solo dall’istanza del super-io bensì a un tempo dal lavoro silenzioso della pulsione di morte e dalla nientificazione dell’essere in quanto essere. Ciò consente di cogliere l’impossibile inscritto nella stessa funzione del nome-del-padre, come del resto in qualsiasi altra funzione fallica, o principio fondante, che dovrebbe garantire la stabilità, la sicurezza, quando non addirittura la beatitudine eterna.
La melanconia sa che il destino è veramente destino vale a dire ci sovrasta. Nello stesso tempo lo sa sintomaticamente poiché una cosa è assumere il destino in maniera problematica, altra cosa è assumere il destino, senza rendersene conto, come alibi esistenziale: non posso farci niente.
Invero il destino, ossia l’esistenza stessa, non risponde all’esigenza umana di provvidenza e di salvezza.
L’essere umano può credere, e di solito crede, che la vita abbia un senso, che la vita abbia un fondamento, che la vita sia stata voluta dalla Natura stessa o da un Ente Creatore. Per questo occorre cogliere la posta in gioco di ogni forma di credenza per cogliere ciò che ci gioca inevitabilmente come esseri umani, prima ancora di parlare in termini di patologia.
Ancora, l’essere umano non potrebbe incappare nell’illusione di identità se non fosse lavorato, più o meno acutamente dal desiderio (delirio) di identità-unità-integrità misconosciuto in quanto tale. Forse la virtù umana più apprezzabile consiste nel non poter più di tanto cullarsi nell’illusione, ossia in ciò che promette di esorcizzare la finitezza: ma senza al tempo stesso rimanere invischiati o nel pessimismo o nel cinismo o, infine, nella depressione.

Anoressia e bulimia

Massimo Recalcati tratteggia i principi che governano l’anoressia-bulimia: la passione per il niente, l’appetito di morte, la spinta melanconica alla Cosa, la domanda d’amore, la contemplazione estetica dell’immagine allo specchio, l’imperativo morale della rinuncia, il rifiuto e l’offesa della tavola dell’Altro. E, in conclusione al suo saggio L’ultima cena: anoressia e bulimia, accosta queste modalità del disagio umano alla logica del discorso dominante nelle società dei consumi a capitalismo avanzato. Così scrive:

" Il discorso del capitalista – così concettualizzato da Lacan – è il discorso che governa l’attualità delle società cosiddette “del benessere”. Il suo tratto distintivo- per provare ad arrivare subito al nocciolo della questione – è la soppressione della dimensione della mancanza. Non c’è in effetti in questo discorso – in questa forma storica del legame sociale – oggetto perduto, ma riciclo costante del godimento in un sistema apparentemente senza perdita. Apparentemente, perché in realtà il discorso del capitalista, per poter continuare a funzionare, deve poter produrre costantemente la mancanza, anche se la mancanza è qui solo un prodotto anonimo, non soggettivato, che serve esclusivamente a far muovere questo sistema di riciclo continuo – ad infinituum – del godimento che costituisce la base logica di tale discorso. In questo senso il discorso del capitalista è effettivamente il discorso che anima ogni sistema di consumo in quanto tale. Il tratto strutturalmente e scopertamente maniacale di questa logica consiste nel coprire la perdita della Cosa attraverso l’offerta illimitata dell’oggetto nella forma della merce consumabile, dell’oggetto di consumo, del “bene” usufruibile. E’ questo tratto maniacale – vero “antidepressivo” sociale per il “dolore di esistere” del soggetto – il fondamento del discorso del capitalista, anche se, ed è l’altra faccia della medaglia, niente deve essere veramente soddisfacente ma tutto deve potersi logorare il più rapidamente possibile per permettere alla macchina produttiva di sfornare continuamente nuovi oggetti di consumo. Questo quinto discorso gira dunque su se stesso (“su delle rotelle”, precisa Lacan, con l’intenzione di indicare il suo carattere propriamente maniacale, in costante scivolamento, nel quale tutto marcia a spron battuto) in quanto – diversamente dagli altri quattro – non produce al suo interno nessuna impossibilità. Tutto scorre, apparentemente, in modo liscio, “tutto – come scrive Lacan – si consuma”. La disponibilità illimitata dell’oggetto, garantita dalla mondializzazione del mercato e dalla sua estrema tecnologizzazione, sembra effettivamente saturare la mancanza, anche se la mancanza, saturata solo provvisoriamente, non può in realtà che riprodursi costantemente, perché, come sappiamo, la mancanza del soggetto è una mancanza a essere che non può, per struttura, essere colmata da un oggetto. Dunque tutto lo sforzo vano del discorso del capitalista consiste invece nel perseguire l’otturazione della mancanza attraverso l’offerta maniacale dell’oggetto e il mito del suo consumo possibile. Ma in realtà la mancanza – proprio perché è mancanza a essere del soggetto e non dell’oggetto – non può essere saturata con l’offerta e il consumo illimitato dell’oggetto. Nondimeno, l’inganno di fondo del discorso del capitalista è rinnovare la mancanza nel soggetto, che non è però la sua mancanza a essere, ma solamente una sua parodia. E’ la mancanza dell’oggetto la mancanza che il discorso del capitalista promuove, non la mancanza a essere. Anzi, la mancanza a essere come tale deve essere negata, deve essere assorbita nella mancanza dell’oggetto alla quale, prima o poi, apporterà il suo rimedio farmacologico il potere del mercato. Di questo inganno di fondo, la spirale bulimia abbuffata-vomito-abbuffata offre un’illustrazione clinica precisa: il consumo sfrenato e maniacale dell’oggetto non offre al soggetto l’impossibile della Cosa ma solo un suo debole surrogato. Dentro il tutto dell’oggetto l’abbuffata incontra infatti il falso pieno dello stomaco. Inganno insopportabile che la bulimia rifiuta attraverso il vomito: non era di oggetto che voleva riempirsi – non di cibo – ma di altra Cosa, dell’Acosa, in consumabile, non-commestibile, puro fantasma di un godimento impossibile.
Nel discorso del capitalista si verifica dunque una circolazione “democratica” del godimento, che però ha, come sua condizione, l’inclinazione alla soppressione della divisione del soggetto. L’elemento che occorre fissare bene è la funzione dell’Altro sociale come offerta continua di soddisfacimento dei bisogni. L’anoressica si rivolta, almeno per un verso, alla logica del consumo: essa non consuma niente. E da questo punto di vista mette in scacco l’idea postcapitalista di una saturazione possibile del desiderio. La magrezza ostinata ed esibita fa segno di una mancanza che non si lascia riciclare nel sistema del consumo. Così la bulimia si piega apparentemente alla logica del consumo (consuma tutto), ma solo per mostrarne l’inconsistenza (tutto è niente)".

Ma, nel pensiero di Aldo Rescio, “mettere in scacco” effettivamente l’idea di una “saturazione possibile del desiderio” comporta al tempo stesso l’esperienza del lutto e della castrazione: ossia urtarsi con ciò che mette in forse la posta in gioco del desiderio (delirio) di identità-unità-integrità. Ciò che apre ad una non immaginaria elaborazione del lutto dipende da quanto è dato tollerare l’impossibile appagamento definitivo dei nostri stessi desideri e, quindi, è possibile solo se si è in grado di non rinnegare né l’inconcludenza (dispersione) originaria né l’indifferenza dell’essere né l’impadroneggiabilità di Eros né il debito originario con la morte. Allora, una critica del capitale, se non parte da queste considerazioni, non coglie la radicalità della questione. Per spezzare la logica capitalistica dovremmo accogliere il vuoto in quanto vuoto, dovremmo accogliere la finitezza in quanto irredimibile.

Sintomo e tornaconto

Comunque sia, il sintomo prende campo poiché il suo presentarsi stesso si dà – apparentemente – come <<risparmio d’angoscia>> tutto sommato come conciliazione possibile rispetto al <<dolore>>, cioè all’<<abisso>> che in realtà riguarda gli <<umani>>. Trascurando così, che in relazione all’angoscia non si dà – se non come illusione, ovviamente – né <<risparmio>> né definitiva <<conciliazione>>: nonostante i pii desideri che le anime belle non ci risparmiano.
Resta comunque da cogliere la portata del <<tornaconto>> che informa di sé ogni meccanismo di difesa o strategia di evitamento.
Come dire: se non ci si pone in ascolto riguardo a un eventuale nesso tra sintomo e tornaconto – si tratta, in realtà, di quanto entra in gioco come <<apparente>> risparmio d’angoscia – si è destinati a misconoscere ciò che spinge l’essere umano a intrattenersi con il sintomo.
Probabilmente, gli risulterebbe più rischioso, più penoso <<prendere atto>> dell’angoscia originaria, o, in altri termini, aprirsi al (non)-ripudio della lacerazione come tale.
In fondo: da cosa intendono guarire gli umani? Cosa implica in fondo la domanda d’analisi? Di solito è dominata dalla volontà di padroneggiamento nella veste del desiderio-delirio di guarigione, di integrità…salvezza.
Dopo tutto, la vera malattia umana consiste nel non poter prendere atto che ogni tendere all’identità-unità-integrità è votato allo scacco, per cui ci si trova inevitabilmente consegnati al sintomo: al delirio vero e proprio quando appunto questo scacco non può in alcun modo essere tollerato.
Indubbiamente, voler guarire dalla malattia-uomo – ossia dal disagio originario – è la più grave delle malattie. Impossibile, riguardo a ciò, trovare una cura o un qualsiasi rimedio.
Si può – di contro – auspicare che prevalga l’inclinazione a non rinnegare la finitudine, il senza per-che. Ma questo significa lasciar essere l’essere come enigma, rispettare l’erranza, l’inconscio come tale.
Solo così – forse – Eros e la gioia non abbandoneranno definitivamente l’uomo.


 
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